giovedì 15 febbraio 2018

L'alessitimia ovvero la mancanza di parole per esprimere emozioni

1.       Intelligenza emotiva e cervello emotivo
Nel vasto settore dello studio delle emozioni abbiamo assistito a due interessanti sviluppi: il  primo proviene dall’introduzione del concetto psicologico di “intelligenza emotiva” di Goleman; il secondo deriva dalla scoperta dei meccanismi cerebrali delle emozioni, descritti da LeDoux (1996) nella sua opera “Il cervello emotivo”. Il costrutto di “Intelligenza emotiva” è stato elaborato da Salovey e Mayer (1983) e deriva dai precedenti concetti di intelligenza sociale e personale. Nel delineare la sua teoria delle intelligenze multiple, Gardner (1983) descrisse due forme di intelligenza personale: quella intrapersonale, che è la capacità di accedere alla propria vita affettiva, e l’intelligenza interpersonale, ossia la capacità di leggere gli stati d’animo, le intenzioni e i desideri degli altri. L’autore considerava i due tipi di intelligenza personale come abilità biologicamente fondate di elaborare le informazioni, una diretta verso l’interno e l’altra verso l’esterno, intimamente intrecciate: l’autoconsapevolezza emotiva e l’empatia. Queste fondamentali abilità dell’intelligenza personale sono centrali nel costrutto di intelligenza emotiva, che Salovey e Mayer definirono originariamente come “la capacità di monitorare le proprie e le altrui emozioni, di differenziarle e di usare tale informazione per guidare il proprio pensiero e le proprie azioni”. Questa definizione implica l’idea che il sistema affettivo funziona in parte come sistema di elaborazione delle informazioni e delle percezioni; infatti Salovey e Mayer affermano che “i processi sottostanti l’intelligenza emotiva vengono attivati quando l’informazione affettiva entra per prima nel sistema percettivo”. Oltre alla consapevolezza dei propri sentimenti soggettivi, l’intelligenza emotiva comprende la percezione e la considerazione dei comportamenti emotivi non-verbali, incluse le sensazioni corporee evocate dall’attivazione emozionale, le espressioni facciali, il tono della voce e la gestualità esibita dagli altri. Però vi sono differenze individuali nella capacità delle persone di elaborare ed usare l’informazione:
persone con elevati livelli di intelligenza emotiva riescono facilmente ad identificare e a descrivere i sentimenti in se stessi e negli altri, a regolare efficacemente gli stati di attivazione emozionale, ed usano generalmente le emozioni in modo adattivo (Salovey, 1983; Salovey e Mayer, 1990). Le componenti centrali dell’intelligenza emotiva mostrano alcune convergenze teoriche con molti concetti psicoanalitici, fra cui quello freudiano di emozione come segnale. In “Inibizione, sintomo e angoscia” (1926), Freud ipotizzò che l’ansia fosse un’informazione generata dall’Io sul suo stato di sicurezza e sul bisogno di mobilitare le difese contro pulsioni e fantasie bloccate; egli, inoltre, incluse in questa concezione anche gli affetti depressivi in quanto essi segnalano all’Io la perdita dell’attaccamento ad una persona amata e gratificante. Successivamente, altre teorie psicoanalitiche, hanno esteso ulteriormente la funzione di segnale ad un’ampia gamma di affetti ( Jacobson, 1994), ma, nonostante il riconoscimento dell’aspetto di informazione e di segnale per quanto riguarda gli affetti, Freud (1915) non ha mai abbandonato la sua idea originaria che gli affetti derivino dalle pulsioni. Attualmente, nella psicoanalisi contemporanea, gli affetti vengono però considerati come fattori motivazionali primari di un sistema basilare che valuta e comunica lo stato del sé in ogni momento nel corso del tempo ( Jones, 1995; Spezzano, 1993); infatti, questi sono considerati come  l’origine della soggettività umana: la capacità di provare i sentimenti è la caratteristica principale dell’intelligenza emotiva (Gardner, 1983). Un altro concetto fondamentale che converge con il costrutto di intelligenza emotiva è quello di “ psychological mindedness”, che si riferisce alla “capacità individuale di saper valutare le relazioni fra pensieri, sentimenti e azioni, con l’obiettivo di imparare i significati e le cause delle proprie esperienze e dei propri comportamenti” (Appelbaum, 1973). La capacità di pensare e riflettere sugli stati emotivi propri e altrui viene indicata da Fonagy e Target (1991) come “funzione riflessiva”, la quale richiede la capacità di formare delle rappresentazioni mentali di emozioni ed altre esperienze, ad esempio la mentalizzazione, comprese le rappresentazioni del mondo mentale degli altri. Tale funzione evolve precocemente nella vita quando il bambino sviluppa una “teoria della mente” ed è strettamente legata al raggiungimento delle abilità di regolazione affettiva. Come notato in precedenza, la definizione di Mayer e Sallovey (1997) dell’intelligenza emotiva sottolinea sia la capacità di riflettere e pensare sui sentimenti che la capacità di regolare le emozioni. Come per l’intelligenza emotiva, gli individui variano nella misura in cui impiegano la funzione riflessiva; tali differenze, possono rappresentare delle differenze qualitative nella mappatura rappresentazionale delle emozioni e dell’esperienza di sé ( Fonagy e Target, 1997). Quindi, esiste una relazione molto forte fra aspetti del costrutto dell’intellligenza emotiva e quello di derivazione psicoanalitica di “alexithymia”, quest’ ultimo collegato con un deficit nella rappresentazione mentale delle emozioni e con una limitata capacità di usare gli affetti come segnali comunicativi.

2.      La personalità psicosomatica
Verso la fine degli anni ’50 del secolo scorso, Marty e M’Uzan proposero, accanto alle classiche descrizioni di personalità nevrotica e psicotica, quella di una “personalità psicosomatica”, caratterizzata da ipernormalità ed adattamento conformista all’ambiente, e da un particolare stile cognitivo chiamato “pensiero operatorio”, analogo a quello postulato da Piaget, che risulta naturale come fase di sviluppo cognitivo del bambino, ma che nell’adulto si traduce in un deficit che colpisce l’elaborazione simbolica delle emozioni, e canalizza l’espressione emotiva a livello somatico. Anche in questo caso, come precedentemente elaborato da Ruesch nel 1948, che individuò nel paziente psicosomatico quella che chiamò “personalità infantile”, caratterizzata da dipendenza e passività, conformismo sociale ed ideali irraggiungibili, tendenza all’azione corporea e mancanza di corrispondenza tra espressione verbale/ non verbale e vissuto emotivo, e netta difficoltà a separarsi dalla figura materna, venne attribuita particolare importanza alle relazioni oggettuali tra madre e bambino.

3.      Il costrutto dell’alessitimia
Negli anni ’70, le teorizzazioni di Marty e M’Uzan, trovarono conferma quando Sifneos e Nemiah, riscontrarono in svariati pazienti psicosomatici una caratteristica comune, e cioè la difficoltà a descrivere le proprie emozioni ed un’attività fantastica povera, appunto tipica del “pensiero operatorio”. I due autori coniarono per questa condizione lo specifico termine di “alessitimia” (dal greco “mancanza di parole per le emozioni”), per designare un tratto stabile della personalità che interagisce con gli agenti stressanti come fattore aspecifico verso la somatizzazione e lo sviluppo di malattie. L’alessitimia, potrebbe essere collocata lungo un ideale continuum, che rappresenta la difficoltà nel riconoscere, comprendere e descrivere le esperienze emozionali, verso l’estremo come “meno grave” assieme all’ “inibizione emotiva”, e all’opposto le più gravi condizioni di “anaffettività” e “anedonia”. Attualmente gli indicatori del DCPR (Diagnostic Criteria for use in Psychosomatic Research) per la diagnosi di alessitimia comprendono diverse condizioni, quali: 
1.      incapacità di descrivere in maniera appropriata le emozioni; 
2.      tendenza a focalizzare la conversazione sui dettagli più che sul vissuto emotivo;
3.      mancanza di un ricco mondo fantastico;
4.      contenuto del pensiero associato a eventi del mondo esteriore;
5.      inconsapevolezza delle reazioni somatiche che accompagnano gli stati emotivi;
6.      occasionali comportamenti affettivi, spesso inappropriati.

Si tratterebbe quindi di un deficit “sia nel dominio cognitivo-esperienziale dei sistemi di risposta emotiva sia del livello della regolazione interpersonale delle emozioni” (Taylor, Bagby e Parker, 1997, 2000). Questi due aspetti salienti del costrutto devono essere colti nel loro stretto collegamento, poiché, essendo incapaci di identificare accuratamente e di “dare un nome” ai propri sentimenti soggettivi, le persone alessitimiche hanno difficoltà a comunicare verbalmente agli altri il proprio disagio emotivo e non sono in grado di usare le altre persone come fonti di feedback, e/o di aiuto nella regolazione dello stress. La scarsezza della vita immaginativa limita inoltre la loro possibilità di modulare l’ansia e le altre emozioni negative, attraverso i ricordi, le fantasie, i sogni ad occhi aperti, il gioco, ecc. Tale incapacità di verbalizzare le proprie emozioni non va considerata quindi come una difficoltà di tipo esclusivamente espressivo, ma come una vera e propria limitazione nella possibilità di elaborare le emozioni e di costruire un proprio mondo interno. Nel modello cognitivo- evolutivo delle emozioni elaborato da Lane e Schwartz (1987), i soggetti alessitimici si troverebbero ai primi stadi sensomotori di organizzazione e consapevolezza delle esperienze emozionali; queste vengono esperite essenzialmente a livello di sensazioni corporee e di tendenza all’azione; l’esperienza “psicologica” delle emozioni è limitata e poco sofisticata, le descrizioni verbali sono spesso stereotipate, scarsa è la consapevolezza della complessità e multidimensionalità delle proprie esperienze emozionali. Al contrario degli “alessitimici”, gli individui “emotivamente intelligenti”, hanno una buona autoconsapevolezza emotiva, sanno riconoscere precocemente i segnali fisiologici che accompagnano l’emozione, hanno capacità di autointrospezione e autoregolazione. Essi non tendono a reprimere i loro vissuti, ma fanno il primo passo verso una gestione adattiva ed efficace delle emozioni mediante un’attribuzione di significato a ciò che gli accade, resa possibile dalla mediazione operata dal linguaggio con cui si può definire ciò che si prova. Questa operazione è fondamentale perché dota di senso l’esperienza emozionale, la arricchisce con la “valutazione cognitiva”, come ad esempio in termini di pericolosità, novità, capacità di farvi fronte, possibili risposte, relazione con i propri valori e le norme sociali, e inoltre la collega più saldamente con i propri vissuti e con la storia soggettiva, per aprire la strada alla comunicazione interpersonale. Diverse ricerche hanno mostrato come la comunicazione emotiva interpersonale abbia delle ripercussioni positive sullo stato di salute dell’individuo, in presenza di lutti o situazioni traumatiche, in quanto protegge dagli “effetti a lungo termine” del disagio emozionale, dando la possibilità di rivivere e rievocare le emozioni. Secondo Taylor “bisogna sottolineare che l’alessitimia non è concettualizzata come un fenomeno categoriale (del tipo “tutto o niente”), ma come un costrutto dimensionale (o tratto di personalità) che è distribuito in modo normale nella popolazione generale”. Attualmente l’alessitimia, è considerata uno dei fattori di rischio che sembrano accrescere la suscettibilità alla malattia psicosomatica. Oltre che da fattori genetici, neurofisiologici e intrapsichici, gli stili di comunicazione sono influenzati da fattori socioculturali, dall’intelligenza e dai modelli familiari. Per esempio, Leff ha trovato che nei paesi sviluppati le persone mostrano una maggiore differenziazione degli stati emotivi rispetto a coloro che vivono in paesi in via di sviluppo e che alcune lingue impongono limitazioni all’espressione delle emozioni. Secondo McDougall l’alessitimia è una difesa straordinariamente forte contro il dolore psichico, mentre Krystal, invece di concettualizzare l’alessitimia come una difesa, la attribuisce ad un arresto dello sviluppo affettivo a seguito di un trauma infantile, o ad una regressione nelle funzioni affettivo-cognitive dopo un trauma catastrofico nella vita adulta.

4.      Le ipotesi neurofisiologiche dell’alessitimia
Sono state proposte anche alcune teorie neurofisiologiche per l’origine etiologica dell’alessitimia; l’ipotesi di McLean si basava sul fatto che le emozioni vengono incanalate direttamente negli organi corporei attraverso le vie neuroendocrine e autonome; Nemiah ha approfondito questa posizione sostenendo che l’alessitimia è provocata da un difetto neurofisiologico che influenza la modulazione da parte del corpo striato dell’input proveniente dal sistema limbico e diretto al neocortex. Inoltre gli studi sulla specializzazione emisferica, compreso il modo in cui il cervello integra il linguaggio affettivo e propositivo, hanno portato all’idea che l’alessitimia sia dovuta ad una disfunzione dell’emisfero destro o ad una carenza nella comunicazione interemisferica. A questo proposito l’osservazione di Hoppe della comparsa di caratteristiche alessitimiche in pazienti con “cervello scisso”, i quali riferiscono scarsità di sogni e fantasie e mostrano un deterioramento della funzione simbolica. Un danno precoce all’emisfero destro, come dimostrato da Weintraub e Mesulam, può interferire seriamente con l’acquisizione di capacità per le quali tale emisfero è ritenuto specializzato; infatti, essi sostengono che “come l’emisfero sinistro controlla lo sviluppo della competenza linguistica, così l’integrità dell’emisfero destro potrebbe essere essenziale all’emergere di capacità interpersonali” e di quella che Hymes ha definito “competenza comunicativa”.
Sembra che alla base dell’empatia e della capacità di rendere coscienti i propri vissuti emotivi, ci siano processi di sintonizzazione-desintonizzazione che caratterizzano le prime fasi del rapporto madre- bambino e che consentono al piccolo di sentirsi compreso. Infatti, una prolungata assenza di sintonia emozionale tra genitori e figli impone al bimbo un costo enorme in termini emozionali; quando un genitore non riesce mai a mostrare alcuna empatia con una particolare gamma di emozioni del bambino, come gioia, pianto, bisogno di essere cullato, questi comincia ad evitare di esprimerle forse anche di provarle. In questo modo, numerose emozioni cominciano ad essere cancellate dal repertorio delle relazioni intime soprattutto se, anche in seguito durante l’infanzia, questi sentimenti continuano ad essere apertamente scoraggiati. 

5.      Conclusioni 
Alcuni studiosi hanno suggerito, infine, che in aggiunta ad una disfunzione organica responsabile dell’alessitimia, esista anche uno specifico ambiente sociale-evolutivo che inibisce l’espressione emotiva, ipotesi che sembra confermata dalla presenza di un numero maggiore di uomini alessitimici rispetto alle donne; infatti, agli uomini più che alle donne si insegna ad esprimere poco le proprie emozioni e a sviluppare capacità legate più alla vita pratica, e lavorativa, che non alla sfera affettiva. Pertanto, accanto ai fattori neurobiologici vi sono in gioco nell’etiologia dell’alessitimia, anche variabili di tipo socioculturale.





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